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Tornanti e altri incantesimi, il nuovo libro di Giacomo Pellizzari

TORNANTI E ALTRI INCANTESIMI. 48 ORE, 7 CIME, 2 BICICLETTE. Recensione del libro di Giacomo Pellizzari (Enrico Damiani Editore)

Tornanti e altri incantesimi. 48 ore, 7 cime, 2 biciclette” è il nuovo libro di Giacomo Pellizzari, autore milanese, grazie a cui scopriamo il magico mondo dell’Occitania e delle sue “Les 7 Majeurs“, ovvero le sette leggendarie cime presenti nella regione a confine tra Italia e Francia.

Questo non è però soltanto un racconto di ciclismo e di fatiche in bici, ma un viaggio alla scoperta di sé e di un mondo nuovo, in cui lo scrittore ci parla di storia, geografia, filosofia, letteratura, Dante, Springsteen, dei vinti di Nuto Revelli e delle proprie esperienze personali.

Tornanti e altri incantesimi

Fauniera, Lombarda, Bonette, Vars, Izoard, Agnello e Sampeyre non sono più solo sette nomi di montagne ma, grazie a Pellizzari, diventano qualcosa di più, un luogo del nostro cuore, anche per chi non le abbia mai scalate e non sia mai stato in quei luoghi.

Luoghi selvaggi e duri da un lato, ma capaci di stupire in continuazione regalando a ogni angolo nuove emozioni e avventure. Senza raccontarvi l’intera trama, ecco a voi qualche estratto dal libro.

TORNANTI E ALTRI INCANTESIMI: TRAMA

“Les 7 Majeurs” è un brevetto ciclistico assegnato dalla Confrérie des 7 Majeurs a chi riesca a scalare le sette vette sopra citate in 48 ore e, in questo libro, Giacomo Pellizzari ci parla proprio di questa sua nuova entusiasmante avventura in terra d’Occitania assieme all’amico Max Muraro.

COLLE DELLA FAUNIERA – NR. 1

Il primo colle da superare è il colle della Fauniera, ovvero quello che prima del Giro d’Italia 1999 era conosciuto come Colle dei Morti. Qui Marco Pantani compì una delle sue ultime grandi imprese in salita, mentre in discesa sarebbe nato il mito del “Falco” Savoldelli.

La salita che ci attende è sostanzialmente priva di presenza umana. Ragione della sua incredibile e ricchissima vegetazione: abetaie, cimbri, talvolta credo persino larici. Sono 22 chilometri, più di 1.500 metri di dislivello. Diciamo tranquillamente due ore di bici. Ecco, due ore in cui non si incontrano insediamenti o quasi. Non a caso il Fauniera è il passo delle marmotte. E ne incontriamo subito alcune che scappano (…)

Da pag. 53/54

COLLE DELLA LOMBARDA – NR. 2

I due nostri eroi hanno deciso di affrontare i primi quattro colli durante la prima giornata e gli altri nel dì seguente. Il solo Fauniera avrebbe mandato già ko le gambe di diversi ciclisti, ma è stato solo l’assaggio di questo incredibile giro. La tappa numero due riguarda il colle della Lombarda, famoso per la presenza del Santuario di Sant’Anna di Vinadio sulle proprie pendici. Qui Vincenzo Nibali sferrò l’attacco decisivo al Giro d’Italia 2016, poi vinto dallo “Squalo” su Chaves e Valverde.

Sto patendo le fatiche dell’inferno, ho le gambe dure come il granito, e quando vedo finalmente il cartello del Colle della Lombarda da lontano, non posso che gioire, la sofferenza sta per finire, ma ciò che più mi ha provato, che mi ha richiesto maggiore dispendio di energie sono stati senza dubbio i paesaggi. L’immensità di questo lungo altopiano che non mi aspettavo di trovare. E’ come se la valle precedente, i boschi, fossero serviti solo da corollario a questa distesa lunare in quota sotto l’immensità blu del cielo, vero protagonista.

Da pag. 79/80

COL DE LA BONETTE – NR. 3

Il terzo sforzo riguarda invece il col de la Bonette, luogo mito del ciclismo europeo grazie alla sua altitudine di 2.802 metri, ossia 44 metri sopra il passo dello Stelvio. La parte conclusiva è stata costruita per superare l’altitudine della cima italiana ed è proprio la parte più dura dell’intera salita. Salita da cui la carovana del Tour de France è transitata in quattro occasioni. Nel 1962 e nel 1964 scollinò per primo il leggendario scalatore spagnolo Federico Bahamontes, nel 1993 il britannico Robert Millar e nel 2008 il sudafricano John-Lee Augustyn. Proprio nel ’93, come ci racconta Pellizzari, la Bonette rappresentò il termine della carriera di Laurent Fignon, il quale decise di farsi sfilare da tutti i rivali in modo da potersi godere quell’ultima salita restando solo con i propri pensieri.

Ecco, credo che chiunque salga sul col de la Bonette non possa che percepire il fascino magnetico di quel luogo e non rimanerne definitivamente attratto. Potremmo chiamarlo effetto-Bonette.

Da pag. 117

COL DE VARS – NR. 4

Il col de Vars, il più basso dei sette con i suoi 2.108 metri, è legato alla leggendaria fuga vincente di Fausto Coppi durante la Cuneo – Pinerolo al Giro d’Italia 1949. In quell’occasione, il Vars fu la seconda delle cinque salite da scalare. Per Giacomo e Max è stata invece l’ultima fatica da affrontare durante il primo giorno e l’imbrunire ha reso tutto più affascinante.

Abbiamo da poco attraversato un ponte e siamo passati sull’altra sponda, un filare d’alberi frondosi mossi dal vento ci accompagna lungo il fiume. Momento e luogo più belli per pedalare – ne siamo assolutamente certi – non ci potrebbero essere. Capire che l’imbrunire è la parte migliore della giornata, dopo l’alba, per andare in bicicletta, è una esperienza che farò solo grazie al Vars.

Da pag. 133

COL DE L’IZOARD – NR. 5

La seconda giornata riparte con l’ascesa al col de l’Izoard, la montagna di Louison Bobet. Qui, infatti, il campione francese riuscì a staccare il fortissimo Ferdi Kübler al Tour de France 1954, poi vinto con oltre un quarto d’ora sul rivale. L’anno prima, invece, era stato accolto in vetta da Fausto Coppi, quel giorno presente come spettatore. Proprio Coppi è stato il primo ciclista della storia a transitare per primo sull’Izoard sia al Giro d’Italia (1949) sia al Tour de France (1949 e 1951), eguagliato in seguito solo dallo svizzero Pascal Richard (Tour 1989 e Giro 1996).

La salita all’Izoard, affrontata dal versante settentrionale, quello che facciamo noi, prende il via da Briançon e, dopo una lunga serpentina di tornanti in mezzo a praterie alpine e a boschi radi, raggiunge un autentico angolo di luna sulla terra: questa la definizione più ricorrente per descrivere quel paesaggio anomalo che si chiama Casse Déserte. Una radura di pietre sbriciolate in polvere, punteggiata di pini marittimi, qua e là.

Da pag. 165/166

COLLE DELL’AGNELLO – NR. 6

27 maggio 2016, Giro d’Italia, 19a tappa da Pinerolo a Risoul (162 km). L’olandese Steven Kruijswijk sta dominando la corsa con 3′ di vantaggio su Chaves e 3’23” su Valverde. Nessuno sembra poterlo contrastare, ma quel giorno avvenne l’impensabile. Michele Scarponi impone un forcing pazzesco lungo la salita dell’Agnello per il proprio capitano Vincenzo Nibali e i due, appena iniziata la discesa, si gettano giù a rotta di collo. Subito Kruijswijk sbaglia una curva e vola nel muro di neve a bordo strada. Nibali a quel punto si invola, mentre il rivale affonda. Il giorno dopo, come già ricordato prima, Vincenzo staccherà nuovamente i rivali e andrà a indossare la maglia rosa mentre Steven cederà nuovamente, concludendo il Giro al quarto posto. Non a caso, in cima all’Agnello, è stata posta una scultura in legno dedicata al compianto Michele Scarponi.

Mi rassegno ad arrivare in cima. Alla discesa, penseremo poi. E già mi sembra che la prospettiva cambi. Gli ultimi tornanti dell’Agnello sono infatti i più belli di tutti, allo scoperto, in una radura più ampia e verde che diviene via via sempre più affusolata, al cospetto del Pan di Zucchero che la sovrasta. L’emozione prende allora il sopravvento sull’incertezza.

Da pag. 214

COLLE DI SAMPEYRE – NR. 7

Ormai Giacomo e Max sono quasi arrivati ma, prima di poter gioire davanti a una fresca birra, manca ancora l’ultimo ostacolo… e che ostacolo! Il colle di Sampeyre presenta infatti la pendenza media più dura in assoluto, ovvero un 8,5% spalmato su 16 km. La fatica è tanta, le gambe sono stanchissime e il freddo comincia a farsi sentire, ma i due amici non si arrendono e alla fine riescono a raggiungere la vetta! Bravi ragazzi, ce l’avete fatta! Proprio qui, al Giro d’Italia 2003, Marco Pantani e Stefano Garzelli caddero lungo la discesa e il “Pirata” impiegò diversi minuti prima di rialzarsi. Gilberto Simoni invece, giunto secondo al traguardo, chiuse definitivamente i giochi per la classifica generale.

Abbiamo detto della vegetazione selvaggia e foltissima attraverso cui sale questa strada, misteriosa e cupa più delle altre. Ma è la nebbia la caratteristica che più la contraddistingue: le cose le vedo solo all’ultimo momento, quando ormai si materializzano davanti ai miei occhi e rischio di andare a sbatterci contro.

Da pag. 235

TORNANTI E ALTRI INCANTESIMI: CONCLUSIONI

Giacomo Pellizzari è riuscito ancora una volta a farci sognare, regalandoci un meraviglioso viaggio nelle selvagge lande al confine tra Italia e Francia. Qui il tempo pare essersi fermato e la bicicletta è il mezzo migliore per provare a ripercorrerne le vicende.

Consiglio dunque a tutti i lettori di acquistare questo bel libro e di gustarselo pagina dopo pagina, esattamente come hanno fatto Giacomo e Max con la loro fresca birra al termine del loro giro.

In un mondo sempre più veloce e concentrato sull’apparenza delle cose, “Tornanti e altri incantesimi” rappresenta una piacevole eccezione. Qui infatti non si parla di gare, risultati o altre questioni che si perdono nel tempo, ma di un’avventura unica e irripetibile in luoghi magici e solitari al contempo.

Luoghi in cui è stata scritta la storia del grande ciclismo, ma anche in cui ognuno di noi può scrivere qualcosa di importante per se stesso e per la propria anima. Complimenti ancora Giacomo, ti sei davvero superato!

A proposito dell’autore milanese, vi rimando alla recensione di “GENERAZIONE PETER SAGAN“.

TORNANTI E ALTRI INCANTESIMI: SCHEDA

Riccardo Tempo

Categorie

Storia

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